Oggi, però, molti studi faticano a rimanere aperti, mentre Pilates,
allenamento di forza e corsi di “sculpt” sembrano conquistare una parte crescente del pubblico.
Nell’articolo “What Happened to Yoga?”, pubblicato su The Atlantic
e firmato da Rheana Murray, l’autrice parte proprio da questa trasformazione.
Murray racconta un episodio emblematico: durante una frequentatissima lezione di Pilates
incontra una sua ex insegnante di yoga, che scherza dicendo che
“lo yoga è morto”.
Naturalmente si tratta di un’esagerazione. Lo yoga continua a essere praticato
nelle palestre, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle case. Eppure,
soprattutto negli Stati Uniti, il modello tradizionale dello studio di yoga
sembra attraversare una fase di difficoltà.
Tra le cause ci sono gli effetti della pandemia, l’aumento degli affitti
e dei costi di gestione, la diffusione delle lezioni online
e una concorrenza sempre più forte da parte di altre discipline.
per riuscire a sopravvivere, stanno introducendo Pilates, forza e tonificazione.
In altre parole, cercano di salvarsi proponendo meno yoga.
Da pratica alternativa a industria del wellness
Per comprendere questo cambiamento, Murray ripercorre anche l’evoluzione culturale
dello yoga negli Stati Uniti. Negli anni Sessanta, durante la stagione della controcultura americana,
lo yoga era associato soprattutto alla spiritualità, alla ricerca interiore
e a un modo alternativo di vivere.
Negli anni Ottanta e Novanta iniziò progressivamente a trasformarsi anche in una forma di fitness
e in uno stile di vita legato al nascente mondo del wellness.
Celebrità come Sting e Madonna contribuirono a renderlo popolare,
associandolo non soltanto al benessere mentale e spirituale,
ma anche a un corpo tonico, flessibile e desiderabile.
Intorno allo yoga nacque così una vera e propria industria:
abbigliamento tecnico, tappetini, franchising,
corsi di formazione per insegnanti, influencer,
merchandising e infinite reinterpretazioni commerciali.
Secondo Murray, proprio questo enorme successo potrebbe aver contribuito
alla sua perdita di attrattiva.
Una volta diventato onnipresente, lo yoga ha progressivamente perso
quell’aura di novità, ribellione e alternativa culturale
che lo aveva accompagnato per decenni.
È cambiato anche il corpo che desideriamo
Negli ultimi anni l’allenamento di forza ha acquisito una popolarità enorme,
anche tra le donne, sostenuto da una crescente attenzione verso la massa muscolare,
la salute delle ossa e la longevità.
Pilates e corsi di tonificazione promettono inoltre risultati estetici
facilmente comprensibili e comunicabili.
Lo yoga può certamente essere molto intenso sul piano fisico,
ma raramente viene presentato come il metodo più rapido per aumentare
la massa muscolare o trasformare visibilmente il proprio corpo.
È cambiato il significato della parola “benessere”
Secondo Murray, il wellness contemporaneo è sempre più legato all’idea di
ottimizzazione personale.
Misuriamo il sonno, la frequenza cardiaca, l’attività fisica,
le calorie, il glucosio, i passi, il recupero
e numerosi altri parametri.
Il corpo rischia così di trasformarsi in un progetto da migliorare continuamente.
Bisogna essere più forti, più efficienti, più produttivi,
più longevi e, possibilmente, anche più attraenti.
devi diventare qualcosa di più,
lo yoga ci suggerisce anche la possibilità di fermarci
e osservare ciò che siamo.”
La filosofia dello yoga, almeno nelle sue forme più tradizionali,
sembra andare quasi nella direzione opposta:
invita alla pazienza, all’osservazione,
all’umiltà, alla riduzione dell’ego
e al distacco dalla continua ricerca del risultato.
Il ritorno della trasformazione corporea
Murray collega questa evoluzione anche a un cambiamento più generale
nel rapporto con il corpo.
Negli ultimi anni idee come la body positivity e l’accettazione corporea
sembrano aver perso parte della centralità conquistata nel dibattito pubblico,
mentre sono tornati con forza il desiderio di dimagrire,
modificare il proprio aspetto e ottenere risultati visibili.
Anche la diffusione dei farmaci GLP-1 per la perdita di peso
ha contribuito a riportare in primo piano
il tema della trasformazione del corpo.
Ma l’ossessione per il miglioramento potrebbe stancarci
È però nel finale che l’articolo di Murray diventa particolarmente interessante.
La stessa cultura dell’ottimizzazione che oggi sembra penalizzare lo yoga
potrebbe infatti generare una reazione opposta.
Monitorare continuamente ogni parametro del proprio corpo
può trasformarsi in una nuova fonte di ansia.
Per alcune persone anche il benessere rischia così di diventare una prestazione.
Dormire meglio, mangiare meglio, allenarsi meglio,
respirare meglio, essere più produttivi,
più concentrati e più efficienti.
Sempre qualcosa da correggere.
Sempre qualcosa da migliorare.
lo yoga potrebbe essere diventato meno popolare proprio perché viviamo
in una cultura ossessionata dalla performance e dal miglioramento continuo;
ma potrebbe essere quella stessa ossessione, una volta diventata insostenibile,
a farci desiderare nuovamente ciò che lo yoga rappresenta.
Quale yoga ha ancora qualcosa da dire?
Forse, allora, la domanda non è semplicemente se lo yoga stia morendo.
Se lo yoga cerca di competere con Pilates, fitness e tonificazione
esclusivamente sul terreno della prestazione fisica,
rischia inevitabilmente di perdere.
Ci saranno sempre discipline più specializzate nell’aumento della forza,
nella trasformazione estetica o nel condizionamento fisico.
Ma forse non è quello il terreno sul quale lo yoga dovrebbe competere.
La sua forza potrebbe trovarsi proprio altrove:
nella capacità di proporre
consapevolezza, interiorità, silenzio,
disciplina, ascolto e una diversa relazione con se stessi.
In una società che ci chiede continuamente di diventare
più efficienti e performanti,
lo yoga potrebbe ricordarci qualcosa di radicalmente diverso:
che non ogni esperienza deve necessariamente produrre un risultato misurabile.
Da questo punto di vista, ciò che oggi sembra renderlo meno competitivo
potrebbe diventare, paradossalmente,
la ragione della sua futura rilevanza.
In definitiva, “What Happened to Yoga?”
non parla soltanto della crisi commerciale degli studi di yoga.
Usa lo yoga come una lente attraverso cui osservare
una trasformazione molto più ampia:
il modo in cui la società contemporanea sta ridefinendo
il significato di salute, corpo e benessere.
E forse, proprio nel momento in cui il wellness
sembra diventare sempre più una forma di prestazione,
lo yoga potrebbe riscoprire il valore della sua differenza.
Rheana Murray,
“What Happened to Yoga?”,
The Atlantic, 2026.