Dhyāna la Meditazione

meditazione profonda

“Nella preghiera sei tu che parli con Dio; nella meditazione sei tu che lo ascolti” 

In sanscrito meditazione è chiamata dhyāna, letteralmente tradotta come visione (interiore), ed è il settimo degli otto passi descritti nel trattato di filosofia Yoga del saggio Patañjali. L’etimologia del termine “meditazione” proviene dal latino meditatationem, derivato a sua volta dal termine meditari. Il verbo meditari non è altro che la forma intensiva di mederi ossia, curare, aiutare, riflettere, medicare. Quindi meditare e un atto per medicare e di conseguenza migliorare, curare la nostra mente, sottoposta continuamente a stress, giudizi e percezioni sbagliate, che ne impediscono un funzionamento ottimale.

A questo proposito, molti si avvicinano alla meditazione, per migliorare la loro vita quotidiana, ad esempio, per imparare ad affrontare lo stress, il dolore o le malattie. Ci sono molti studi e molte pratiche che incoraggiano l’uso della meditazione per ristabilirsi da determinate patologie o cambiare le proprie abitudini verso comportamenti o attitudini più sane. Con alcune tecniche meditative possiamo elevare il sistema immunitario o essere più efficiente nell’attività sportive. Ad esempio, si possono visualizzare i linfociti “T” che attaccano le cellule tumorali o immaginare di competere  in una corsa e di dare il massimo di noi stessi.

La mente è come un muscolo che dev’essere allenato attraverso la pratica della concentrazione, in sanscrito dhāraṇā, l’arte di focalizzare  l’attenzione su un oggetto.  Quando il dhāraṇā accade in modo continuativo senza interruzione, il brusio interiore si appaga, la mente diviene silenziosa e ricettiva ed entriamo nello stato di meditazione, in sanscrito dhyāna. In questo stato contemplativo, la mente osserva sé stessa. 

Secondo i testi yoga, il dhāraṇā impegna la mente su un pensiero per la durata di 12 secondi; il dhyāna, corrisponde a dodici dhāraṇā, circa due minuti e mezzo, mentre il samādhi corrisponde a 12 dhyāna, circa mezzora. 

Se riusciamo a liberare la mente dai suoi vortici (vritti) per mezz’ora, i nostri circuiti neurali si ripuliscono, questo stato ci porterà ad agire con saggezza, liberandoci dai  campi emozionali che minano la serenità. La mente diviene chiara, non è più disturbata da rumori di fondo, si manifestano consapevolezza e discernimento, miglioriamo il nostro aspetto cognitivo e avanziamo nel processo evolutivo.  Giungiamo così alla realizzazione dell’essere che è il fine ultimo della pratica meditativa, ossia l’unione del sé individuale con quello trascendentale. Questo traguardo, è una conquista spirituale individuale, verso l’evoluzione nella formazione di un essere di coscienza superiore. 

Il  dhyāna è il veicolo che ci porta a evolverci nelle nobili qualità umane: compassione, equanimità, gioia, perdono, saggezza, per guidarci verso lo stato  superiore di coscienza chiamato Yoga (unione). Come ci ricorda il saggio Vyāsa “Yoga è Samādhi” .  

Om Tat Sat

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