Le Origine di Śiva

Le Origine di Śiva

Le Origine di Śiva

Photo by Conscious Design_Shiva

Una targa sotto la statua di Śiva Naṭarāja  dono nel 1984 del governo indiano al  CERN di Ginevra, riporta le parole dello storico dell’arte Ananda Coomaraswamy: «È la più chiara immagine dell’attività di Dio che qualsiasi arte o religione possano mai vantare.»

L’origine del culto di Śiva (pronunciato Shiva), è senz’altro tra uno dei più antichi e longevi del mondo. Secondo l’archeologo John Hubert Marshall, ha origine direttamente dalla civiltà della Valle dell’Indo, dove sono stati rinvenuti sigilli raffiguranti la divinità di un proto-Paśupati (il “Signore degli animali” dei Veda). I sigilli raffiguranti questa divinità Paśupati rappresentano il dio in forma antropomorfica, con il pene eretto, in una postura “yogica” e il volto bovino o a tre facce munito spesso di un’acconciatura a forma di corna. In uno dei sigilli tale figura, posta su una pedana, è circondata da un bufalo, un rinoceronte, un elefante e una tigre, sotto la pedana sono poste due capre (o forse cervi), mentre in alto sono visibili sette segni, probabilmente una scritta tuttora indecifrata.[1]

Questo fa presumere secondo la tesi di George Marshall di un collegamento diretto tra il proto-Paśupati dei sigilli della Valle dell’Indo, il Rudra vedico e infine, il Śiva post-vedico. Anche se questa teoria è generalmente accettate dagli studiosi, per avere una prova inconfutabile si necessitano ulteriori scoperte sulla Civiltà della Valle dell’Indo.

Rudra, che anticipa la figura di Śiva, è venerato e temuto dagli Arii, per via del suo aspetto terribile e delle sue azioni distruttive. Viene descritto come imprevedibile, egli non ha amici fra gli altri dèi, è scuro di pelle, col ventre e il dorso rossi, i capelli raccolti in trecce. Rudra viene implorato non per favori ma, per girare alla larga dai villaggi e dalle persone:

“Abbi misericordia di noi; non danneggiare noi e i nostri figli; lontana sia la tua arma che uccide armenti e uomini; non portare la malattia nella nostra famiglia; il grande sfavore di colui che incute paura ci risparmi.” Ṛgveda [2]

Rudra, nonostante il carattere sinistro e imprevedibile ha anche alcuni aspetti positivi: veniva collegato al bestiame, di cui è protettore ed è il signore delle vittime degli animali sacrificati, in caso di malattia veniva invocato essendo considerato il migliore tra i medici:

“Tu sei in gloria, o Rudra, la più illustre di ogni creatura, il più potente tra i potenti, tu che tieni il vajra (la folgore) tra le braccia. Trasportaci al sicuro, all’altra sponda della difficoltà. Tieni lontano tutti gli attacchi delle malattie. Possiamo, o Rudra, non farti adirare con atti di omaggio inadeguati né, o toro, con imperfetti canti di lode, né con inopportune invocazioni collettive. Salva con i tuoi rimedi i nostri figli maschi: conosco la tua fama di miglior medico di tutti i medici!” Ṛgveda

Rudra etimologicamente è associato alla radice verbale sanscrita rud (“ululare”, “urlare”, “ruggire”, “piangere”, “lamentarsi”, “gemere”) ma anche all’aggettivo, sempre sanscrito, rudhirá con il significato di “rosso” o “rosso sangue”, il che collegherebbe questa divinità anche alle nuvole rosse della tempesta e al rumore del tuono.

È interessante notare come la radice sanscrita “rud”, In inglese diviene “rude” pronunciato “rud”, maleducato, sgarbato, mentre in italiano “rude” viene riferito a persona, dura o aspra di carattere, forte e risoluto nel comportamento o sgarbato nei modi. Questo ci fa ci riflettere ancora una volta come le nostre lingue siano legate etimologicamente al sanscrito e di come la cultura dei Veda, sia strettamente legata all’occidente.

Il passaggio fra il Rudra vedico e il Śiva, annota Diego Manzi, è evidenziato nell’Adorazione dei cento Rudra, testo contenuto nel Yajur Veda, dove l’ira, lo spirito tremendo e la spaventosa ambivalenza del primo, sono integrate nella misericordia, dalla dolcezza e dall’irresistibile fascino del secondo. [3]

Nel periodo post-vedico Śiva diviene parte integrante della cosmogonia hindu il quale si manifesta come il distruttore che è uno dei tre aspetti della divinità suprema, chiamata trīmūrti, gli altri sono Brahmā il creatore e Viṣṇu il preservatore.

Nell’India del sud, dove sono maggiormente diffusi gli scivaiti, adoratori di Śiva quale divinità suprema, si crede che Śiva incarni in sé il triplice principio dell’intera trimurti ed artisticamente ciò viene reso mostrando Śiva in preminenza e Viṣṇu e Brahma che escono rispettivamente dal suo fianco sinistro e destro.[4]

Nel grande poema epico Mahābhārata, la cui stesura finale è comunque successiva alle Upaniṣad, Śiva è riconosciuto come “Grande Dio “(Mahādeva), cui è dovuta venerazione da parte di tutti, umani e dei.

Śiva in uno dei numerosi epiteti è chiamato Naṭarāja, il re dei danzatori, dove è allo stesso tempo, creatore, preservatore e distruttore dell’universo.  La danza di Shiva è ambientata all’interno di un alone fiammeggiante. Il dio tiene nella mano in alto a destra il damaru (tamburo che ha prodotto i primi suoni della creazione). La sua mano in alto a sinistra tiene agni (il fuoco che distruggerà l’universo). Con la mano in basso a destra, fa abhayamudra (il gesto che calma la paura). La figura nana che viene calpestata dal suo piede destro rappresenta apasmara purusha (illusione, che porta l’umanità fuori strada). La mano sinistra anteriore di Shiva, indicando il suo piede sinistro sollevato, significa rifugio per l’anima turbata.

Meditando su questa iconografia, riemerge la nostra vera essenza, oscurata dalle azioni del nostro karma e ci liberiamo dagli aspetti superficiali e illusori che bloccano il nostro cammino verso la mukti e l’atman si corona di eterna beatitudine.

Om Tat Sat

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Bibliografia

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Siva

[2] Diego Manzi, Incanto, 2019, op. cit., p. 259, Editoriale Le Lettere

[3] Diego Manzi, Incanto, 2019, op. cit., p. 260, Editoriale Le Lettere

[4] Gatto Trocchi 2004, pag.358

 

Il Fiore di Loto

Il Fiore di Loto

Il Fiore di Loto

lotus flower

Il fiore di loto, per migliaia di anni ha simboleggiato nell’Induismo l’illuminazione spirituale.

La sua bellezza nasce dal fango dello stagno per emergere in superficie, come noi nasciamo dalla nostra ignoranza  per emergere nella nostra consapevolezza. I petali che si schiudono suggeriscono l’espansione dell’anima.

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Sarasvatī Devi

Sarasvatī Devi

Sarasvatī Devi

Saraswati devi

“Colei su cui poggia ogni conoscenza, che ha grandi occhi e che personifica la Pura Conoscenza, sia lode, sia lode a Lei.” 7.2: Sarasvatī Stotram del Saggio Agastya

Venerata sin dai tempi vedici come la Dea della conoscenza. Patrona dei Pandit, dei Ṛṣi, dei Brāhmaṇa, degli artisti, degli insegnati e degli studenti. Sarasvatī  è “Colei che scorre”, come l’antico fiume scomparso l’lndo-Sarasvatī, che ne prende il nome. Sulle sue rive,  più di 6.000 anni fa, nacque la civiltà della valle dell’Indo, la quale diede origine alla cultura dello yoga e della conoscenza interiore. Quando meditiamo su Sarasvatī, la conoscenza e il sapere intessuti dentro le fibre dell’universo stesso, simili alle nostre sinapsi, scorre in noi.  (altro…)

Sanscrito, la lingua perfetta

Sanscrito, la lingua perfetta

SANSCRITO, LA LINGUA PERFETTA

Sanscrito significa “lingua perfetta” ed è la lingua più antica che si conosca, ha più di 365 regole grammaticali. Si può dire che è una lingua millenaria, utilizzata dalla civiltà dell’Indo-Sarasvati intorno al 2500 BCE, con la quale è stato scritto il Rig-Veda, il libro più antico che si conosca. Molti grammatologici la continuano ad utilizzare per perfezionare le lingue moderne.

Il sanscrito non era una lingua parlata da tutti, ma era la lingua dei dotti, dove i testi sacri venivano tramandati da generazione a generazione, senza che perdessero il loro sacro significato. «Era una lingua che non si parlava», spiega il prof. Saverio Sani dell’Università di Pisa, «ma che era posseduta dai dotti e dagli appartenenti alla casta superiore, quella dei brahmani, i sacerdoti cui spettavano altissime funzioni religiose». Fu la lingua attraverso cui si diffuse l’induismo. Ma non è, il sanscrito, una lingua morta spiega Sani, «È stato usato fino ai giorni nostri e tuttora si usa in occasioni solenni, sia religiose che civili. Quando un’università indiana conferisce una laurea honoris causa, la tradizionale laudatio viene spesso pronunciata in sanscrito”. Si scrivono ancora in sanscrito, opere per il teatro, ma anche farse, drammi satirici e persino testi su temi politici e sociali.

Il sanscrito è una prova dell’antichità della civiltà Indiana. Il filologo e orientalista Sir William Jones nel 1786 scopre la relazione tra il sanscrito e le lingue europee. Questa scoperta porta alla fondazione della scienza della linguistica comparativa. Prima delle scoperte archeologiche del 1920 nella valle dell’Indo, si supponeva che il Sanscrito insieme alle altre indie europee avesse una fonte, d’origine comune e che aveva avuto origine da una protolingua, madre di tutte le lingue proveniente dall’ipotetica regione del Caucaso, patria d’origine dei supposti Ariani.

Studi recenti hanno invece evidenziato che è il sanscrito l’origine etimologica delle lingue europee e non un’ipotetica protolingua ariana, come teorizzato dai primi indologici.

Molti dei termini in sanscrito li utilizziamo ogni giorno nelle nostre lingue europee, ecco alcuni esempi:

Manu in sanscrito colui che usa la manas, mente. Umano in italiano, Man in inglese.

Dyaus-Pitar in sanscrito che è il dio del cielo, Dyu-Peter in latino, Jupiter in inglese, Giove in italiano.

Dvi in sanscrito, due in italiano, tri in sanscrito, tre in italiano, tree in inglese.

Matri in sanscrito, mother in inglese, madre in italiano; patri in sanscrito, pater in latino, padre in italiano, father in ingles; brati in sanscrito, brother in inglese, duhitir in sanscrito e daughter in inglese.

Ci sono moltissimi altri innumerevoli esempi che ci riportano all’origine etimologica stessa grazie a questa lingua affascinante.

Il sanscrito affascina perché a differenze di tutte le lingue antiche, come il latino e il greco, che sono morte è rimasta inalterata nel tempo ed è ancora viva tra noi, la sentiamo quando pratichiamo yoga o quando recitiamo un mantra. Molte delle parole usate comunemente sono entrate nell’uso comune come: karma, samsara, yoga, avatar, mantra, ayurveda, ecc.

Il primo Dizionario sanscrito-italiano è stato prodotto dopo 8 anni da un gruppo di studiosi coordinati da Saverio Sani edito dalla Ets ha 2000 pagine e contiene 180 mila lemmi.

A questo punto perché imparare il sanscrito? Per gli insegnati yoga è indispensabile e propedeutico, per conoscere bene come si pronunciano correttamente le posizioni, per recitare correttamente i mantra e avere una conoscenza più approfondita della materia a cui si dedicano. Per chiunque altro in ogni caso è un viaggio alla scoperta di una realtà del suono che va oltre il tempo stesso che ci lega alle radici umane più antiche.

Om Tat Sat

Umberto Anandamaya Assandri

Navaratri

durga
Le 9 Notti della  Divina Madre

Il Navaratri (nove notti in sanscrito) è tra le più importanti celebrazioni religiose del  Sanatana Dharma (Induismo), dove si adora Dio nella forma maschile e femminile. Si festeggia due volte l’anno.

Il Chaitra o Rama Navratri in marzo-aprile, e il  Durga Navaratri nel mese di Asvin, settembre – ottobre.

L’inizio dell’estate e dell’inverno sono due eventi molto importanti ricchi di influenze climatiche e astrali. I corpi e gli spiriti subiscono un notevole cambiamento a causa delle modificazioni della natura e sono anche momenti consacrati al culto della Madre. (altro…)

Ram Navami

Ram Navami è una delle cinque festività più popolari e antiche dell’India, viene celebrata in onore della nascita di Rama, settimo avatar di Maha Vishnu.

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Ricorre nel nono giorno del mese di Chaitra (Aprile-Maggio) del calendario lunare Indù, che nel 2011 cade il 12 di Aprile.

Ramayana parayan sono i nove giorni che precedono l’evento, dove i pandit (studiosi dei veda) raccontano nei dettagli a folle di devoti la storia di Rama. Si crede che l’ascolto della storia di Rama purifichi l’anima. (altro…)